Due paroline sullo smart working

Due paroline sullo smart working

Negli ultimi tempi, molte aziende hanno imparato una lezione sulla propria pelle: se cerchi di resistere al cambiamento, il cambiamento ti rovina addosso senza pietà. L’ultimatum imposto dalla pandemia e dalle misure di contenimento, infatti, è stato piuttosto chiaro.

Se vuoi continuare la tua attività, benissimo, fai lavorare i tuoi dipendenti da casa. Altrimenti, chiudi bottega.

Così, per molti, da un giorno all’altro, il lavoro a distanza ha smesso di essere un semplice sogno a occhi aperti.

Da una parte, abbiamo avuto persone sull’orlo di una crisi nervosa, dilaniate tra gli impegni lavorativi e la cura dei figli in esilio dalla scuola. All’altro estremo, c’è chi ha potuto risparmiarsi inutili e sfiancanti pendolarismi tra casa e lavoro, liberando del tempo per sé stessi e per le proprie passioni.

In mezzo a tutto questo pandemonio, abbiamo capito (almeno spero) che smart working e telelavoro non sono affatto la stessa cosa. Telelavoro significa semplicemente svolgere le proprie mansioni lontano dall’ufficio, che sia a casa, al bar o sul lettino di una spiaggia. Lo smart working presuppone invece una gestione più “intelligente” del lavoro.

Parliamo quindi di una fattispecie più fluida e flessibile, che si adatta alle caratteristiche, agli scopi e alle modalità operative del lavoro che devo svolgere. Se mi tocca inserire tutto il giorno dei dati su un computer, lo posso fare dove voglio. Se devo smistare delle merci in magazzino, non posso che essere presente in magazzino. In molti frangenti, non è assolutamente necessario presentarsi in un ufficio alle nove spaccate cascasse il mondo.

Da una parte abbiamo il monolite delle otto ore e degli orari fissi, dall’altra una tendenza che invece vorrebbe rompere gli argini, dove il tempo dedicato al “dovere” si fonde e si intreccia alla vita privata, fino quasi ad annacquarsi.

Va molto di moda dire che bisogna lavorare per obiettivi, per progetti, ma chi ci assicura che questi obiettivi siano realistici e che questi progetti siano sostenibili?

Se ci sono dei confini, ci sarà anche un motivo, no? Nella vita quotidiana, siamo soliti puntare la sveglia per evitare di dormire troppo al mattino, anche perché ci deve essere un tempo per riposare e un tempo per ritornare attivi. Quando usciamo la sera per il nostro meritato svago, a un certo punto guardiamo l’orologio e decidiamo che si è fatto tardi, che il divertimento, insomma, può dirsi concluso.

Perché la stessa cosa non dovrebbe avvenire quando lavoriamo? D’altronde, sappiamo bene che, dopo un po’ un TOT di ore passate a sgobbare, non siamo più produttivi e rischiamo di girare a vuoto come dei bei “cricetini”. Perché il lavoro dovrebbe esondare sempre a scapito della vita privata? Perché non ci dovrebbe essere una dose massima di lavoro che possiamo tollerare, dopodiché basta?

Ok, se hai un’attività in proprio e ti ci vuoi dedicare giorno e notte, va benissimo, ma per tutti gli altri le otto ore sono state, in fondo, una grande conquista. Certo, appartengono a un’era industriale un po’ arrugginita, ma dobbiamo ricordarci che sono nate per uno scopo ben preciso e anche piuttosto nobile: le otto ore fisse di lavoro ci “regalano” otto ore per riposare e otto per fare quello che vogliamo. In altre parole, le otto ore passate al lavoro ci consentono di sopravvivere, e le altre otto di essere liberi. Quindi, a meno che il lavoro non coincida con la passione, dovremmo tenercele ben strette, credo.

Lo smart working, se fosse davvero intelligente, ci dovrebbe perlomeno consentire di fare molto di più in meno tempo, e non renderci reperibili H24 soltanto perché siamo a casa e tanto che cosa hai da fare? Lo smart working dovrebbe aiutarci a conciliare i nostri impegni privati e familiari con le necessità oggettive delle aziende per cui lavoriamo. Insomma, lo smart working, invece di soffocare, dovrebbe ridare un po’ di fiato alle nostre misere esistenze.

Da una parte, sono le aziende stesse a non volerlo concedere, perché i lavoratori vanno controllati a vista, perché sotto sotto non ci si può fidare molto. Dall’altra, è evidente come la presenza fisica sia importante, anche solo per generare senso di appartenenza e affiatamento tra i colleghi.

Ma se gli uffici e le fabbriche rimangono delle prigioni dove non si può usare il cervello, dove il tempo non viene considerato una risorsa da preservare, dove la fiducia non diventa il cemento armato che tiene insieme i rapporti, virus o non virus, tanto vale restare barricati in casa, abbassare la testa sul computer e limitarsi a fare il proprio “compitino”.

Così la maestra è contenta.

Scritto da
Gianluca Riboni
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Gianluca Riboni

Pensatore e capo tribù NAZAV, personal trainer non convenzionale, ambasciatore dello yoga e della risata, scrittore e blogger incompreso. Scrivo quello che mi passa la testa, nella speranza di lasciare un segno su questo pianeta. Sempre in Arial 11.

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