Perché nessuno ci troverà mai su Google


Due o tre riflessioni sul perché i nostri sforzi di scalare posizioni sul più grande motore di ricerca in circolazione non saranno ripagati.

 

Tanti anni orsono, sul mio pigrissimo blog, decisi di pubblicare la recensione di un breve manuale che spiegava le tecniche principali per arrivare tra i primi risultati sui motori di ricerca.

Quasi subito, il miracolo: se provavi a digitare su Google “come farsi trovare su Google”, infatti, il mio umile articoletto troneggiava in cima all’olimpo di Big G.

La cosa suscitò in me sensazioni contrastanti: ero orgoglioso per aver applicato efficacemente i trucchi appena appresi, sconcertato per la facilità con cui ero riuscito a sbaragliare legioni di esperti SEO, ma al tempo stesso deluso per aver dato al popolo del web una risposta non propriamente all’altezza. Di fatto, non svelavo alcun trucco, ma rimandavo l’ansioso visitatore a leggersi un manuale il cui autore, tanta era la sua gratitudine, mi aveva pure rifiutato la connessione su LinkedIn.

Cercai di rimediare con un secondo articolo di approfondimento, ma non bastò a placare i mal di pancia degli utenti. Non ci hai detto una “cippa” di niente, mi criticavano, e avevano ragione. Avevo conquistato la prima posizione senza grandi meriti.

 

Ma Google, in tutto questo?

Già, perché mai gli algoritmi di allora scelsero proprio il mio post? Non avrebbero dovuto selezionare i migliori sulla piazza?

Ripensando a questo episodio, mi viene il sospetto che in tutti questi anni abbiamo sopravvalutato un po’ il gigante californiano, che resta comunque un prodotto straordinario e irrinunciabile, eh? Usiamo Google come fosse un oracolo per le piccole e grandi questioni della vita. Che tempo farà nel fine settimana? Come si montano le catene da neve? Questo neo che ho sul collo è maligno? Ci siamo abituati a porre delle domande a uno strumento che,  in fondo in fondo, è “solo” un motore di ricerca. Non mi verrebbe mai in mente di cercare sul mio Outlook “qual è il menù della mensa” o “a che ora inizia la riunione fiume di oggi”.

Tempo fa, mentre stavo valutando l’acquisto di una macchina fotografica, ero curioso di sapere perché le Reflex fossero così costose e così cercai speranzoso su Google. Magari sarebbe spuntato un pezzo illuminante che spiegasse per filo e per segno le tecniche e i materiali impiegati nella produzione, ma il grande G mi propose soltanto una carrellata infinita di modelli reflex a prezzi imperdibili. Nessuno a parte me si è mai posto questa domanda?  I siti più orientati alla vendita hanno “sepolto” i blogger amatoriali che avrebbero saputo soddisfare la mia curiosità? Oppure gli algoritmi di Google non hanno capito una mazza?

Negli anni, il colosso di Mountain View ha fatto passi da gigante, che colosso sarebbe altrimenti, e in California hanno tutto l’interesse che funzioni sempre meglio. Ma oggi la strada per diventare quell’oracolo che tutti si aspettano è ancora lunga e dissestata. Sulle ricerche generaliste è più facile, ma quando cerchi una cosa specifica, che richiede un’attenta comprensione della richiesta e del contesto in cui è formulata, i limiti sono evidenti.

Google dichiara da sempre di voler mandare in pensione gli esperti SEO, quelli cioè che riescono a carpire tutti i segreti del motore e usarli a proprio vantaggio per manipolare l’ordine dei risultati. Questi ultimi, nell’interesse di Google e degli utenti finali, dovrebbero essere il più possibile “spontanei”, non inquinati da nessuno, ma quanto siamo vicini a questo traguardo?
Mah, se giudichiamo il numero di siti spazzatura che spesso vengono a galla, così vuoti di contenuto, talvolta nemmeno scritti in italiano, forse c’è ancora molto da sgobbare.

 

Perché nessuno ci troverà su Google, quindi?

Beh, prima di tutto, la concorrenza là fuori è un po’ più agguerrita rispetto agli albori. I siti in giro per il mondo sfiorano i 2 miliardi e, stando alle fonti di www.worldwidewebsize.com, le pagine web ammontano a circa 5,17 miliardi. Di questo passo, avremo forse più possibilità comprando un Gratta&Vinci.

In secondo luogo, dobbiamo aver ben chiaro l’immane compito che gli ingegneri di Google sono chiamati a districare. Poiché parliamo di una macchina, bisogna programmarla. Bisogna fornire cioè una serie di istruzioni precise e ultra dettagliate su come debba comportarsi a ogni singola richiesta, tenuto conto che il database è oceanico e i tempi di risposta farebbero impallidire Flash Gordon.

Bisogna stamparsi bene in testa poi che non esiste un solo fattore in grado di determinare il posizionamento di un sito. Sono tanti, complessi e soprattutto imperscrutabili.

Nella preistoria di internet, si credeva che l’algoritmo andasse a cercare le informazioni di un sito grossomodo all’interno dei leggendari meta-tag. Righe di codice occulto che i webmaster più sgamati amavano riempire con elenchi torrenziali di parole chiave e che sono rimaste nell’immaginario collettivo come il trucco SEO per eccellenza.

Ma il segreto di Google era un altro. Invece di andare a cercare “solo” le informazioni rintracciabili dentro un sito (testi, immagini, codici HTML, struttura dei link, ecc.), prendeva in considerazione anche la cosiddetta “popolarità”. Più un sito riceve collegamenti ipertestuali da altri siti, viene cioè “segnalato”, più questo può essere ritenuto autorevole e pertinente. Questo aspetto, che sulla carta rischiava di premiare i siti più grossi e muscolosi in termini di budget, al contrario si rivelò parecchio democratico: anche i siti di nicchia, come il mio, ebbero grandi opportunità di apparire tra i primi.
Come per i tag e le keyword, anche questo meccanismo andò incontro ad abusi ed efferatezze di ogni genere: i link si potevano vendere, comprare, scambiare sottobanco. Insomma, un disastro.

Ma Google non rimase certo a guardare. Periodicamente, infatti, dallo zoo di Mountain View uscì una nuova versione dell’algoritmo dal simpatico nome di un animale. I temutissimi Panda, Penguin e Hummingbird, una volta introdotti, hanno fatto più stragi degli aracnidi di Starship Troopers.
In estrema sintesi, il Panda e il Pinguino dovevano fare un po’ di sana pulizia. Ovvero, punire i link sospetti e limitare l’abuso di parole chiave, eliminare i contenuti duplicati e togliere qualche punto ai siti troppo “ottimizzati”, senza trascurare ovviamente l’engagement degli utenti sui social network.
Il Colibrì, perlomeno nelle intenzioni, punta invece a far diventare il motore ancora più intelligente: riconosce eventuali domande poste dai visitatori e fornisce subito una risposta senza il bisogno di addentrarsi in un sito esterno, cerca di capire il contesto e l’intento della ricerca senza fare un semplice “copia e incolla” delle stringhe digitate, orientandosi quindi verso un approccio più semantico. Inoltre, inizia a tenere conto della versione mobile del sito e, tra le novità, vengono aggiunti nel mix la località (cioè un risultato più “vicino” geograficamente all’utente avrà più rilevanza), i dati storici, i feedback e le abitudini di ricerca.

E’ chiaro, quindi, che ogni azione mirata ad alterare a nostro vantaggio i risultati di ricerca sarà destinata, primo o poi, a un sonoro fallimento. Come sempre, quello che Google vuole dirci è: BASTA TRUCCHI. Concentrati sui contenuti. Scrivi, produci, fatti conoscere sul web e sui social. Se gli utenti ti premieranno, Google farà altrettanto.

E poiché abbiamo un dannato bisogno di credergli, ottimizzare un sito per i motori di ricerca oggi deve assumere il suo significato più autentico, cioè agevolare il lavoro di Big G, aiutandolo a setacciare e classificare i nostri contenuti nel migliore dei modi, ma senza cercare di “fregarlo”.

Lo so, è come corteggiare una donna senza far vedere che la stiamo corteggiando. E’ più difficile, concordo, ma anche più stuzzicante. E probabilmente, anche questa volta, non funzionerà.

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Gianluca Riboni

Pensatore e capo tribù NAZAV, personal trainer non convenzionale, ambasciatore dello yoga e della risata, scrittore e blogger incompreso. Scrivo quello che mi passa la testa, nella speranza di lasciare un segno su questo pianeta. Sempre in Arial 11.

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