Vade retro, politica

Vade retro, politica

Negli ultimi tempi, la politica ha smesso di interessarmi. Davvero, mi ripugna, mi annoia. Non so più per chi e perché devo votare.
Sono in buona compagnia, dici? Eppure non è da me parlare in questo modo.
A eccezione di qualche referendum, sono sempre andato a votare da quando ne ho diritto. Per anni ho espresso e difeso con relativa convinzione le mie idee politiche, ho militato e lottato con relativa convinzione in un partito (talmente relativa che ho restituito la tessera dopo neanche un anno e mezzo) e, in generale, non ho mai visto di buon occhio i cosiddetti “qualunquisti”. Quelli cioè che non si impegnano mai e nemmeno si interessano, nemmeno fanno lo sforzo di capire o prendere una posizione di tanto in tanto.

Non c’è giustificazione, pensavo. Sono cose che riguardano tutti, sono cose importanti. Uno ha il DOVERE di informarsi, approfondire, farsi un’idea e agire di conseguenza.

E ora, Oh my God, sono diventato uno di loro. Un uomo qualunque. Amorfo, muto e passivo. Un astronauta che vaga come un beota nel vuoto cosmico, mentre gli altri prendono le decisioni al posto mio.

Come è potuto succedere?

Diciamo subito che, in Italia, la situazione si è un po’ arroventata negli ultimi tempi. Magari sarà una recita bella e buona, ma gli attori in campo sembrano in guerra permanente, arroccati sulle proprie posizioni, pronti a scagliare insulti e menare fendenti dalla mattina alla sera, neanche fossimo in curva o in un incontro di pugilato.
Qualcuno avrà pure ragione da vendere, qualcun altro un po’ meno, ma davvero, chi ci capisce qualcosa in tutto questo pandemonio?

Sostenere un partito, in Italia, equivale a disegnarsi sopra un bersaglio. Puoi essere anche Madre Teresa di Calcutta ma, nel momento stesso in cui decidi di indossare una casacca, qualcuno ti prenderà di mira e cercherà di distruggerti in ogni modo. Se non sei abbastanza forte, se non sei pronto a incassare come un pugile e hai lo stomaco deboluccio, caro mio, allora sei spacciato.

Dicono che le opinioni vanno rispettate, che siamo liberi di pensarla come ci pare, ma la verità è che, quando esprimiamo una posizione politica o l’intenzione di votare per un certo schieramento, appariremo in qualche modo diversi agli occhi dei nostri interlocutori.
Se le nostre idee saranno le stesse, tanto di guadagnato, ma se non lo sono, beh, è come se un viscido ectoplasma calasse su di noi facendoci apparire più o meno ripugnanti a seconda di quanto siano radicate le convinzioni della controparte.
Non dirmi che non ti è mai capitato. Scopri che una persona vota quello stesso partito che vorresti cancellare dalla faccia della terra e ti viene spontaneo pensare: accidenti, peccato, mi sembrava una così brava persona!

E’ vero, mi hanno insegnato che non bisogna vergognarsi delle proprie idee e non bisogna aver paura di quello che pensano gli altri, anche perché è impossibile piacere a tutti o essere d’accordo con tutti.

La parte difficile, però, arriva quando ti devi confrontare con quelli che la pensano allo stesso modo. Gli “avversari” ti disprezzano già, non si aspettano nulla di buono e, in ogni caso, non te ne frega niente. Ma quelli che stanno dalla tua parte, invece, si fidano e hanno grandi aspettative su di te. Quando entri in un partito, vecchio o nuovo che sia, devi accettare un insieme di valori e regole che diventano per te vincolanti.

In parole povere, sei marchiato a fuoco.

Quando entri in partito, o decidi semplicemente di sposare una certa ideologia, la tua coscienza critica e il tuo pensiero libero verranno limitati e messi al guinzaglio. Se sei d’accordo con il punto A del programma, allora dovrai essere d’accordo anche con il punto B, C, D e giù fino alla fine della lista. Se hai delle sfumature o dei dubbi emergenti, ti troverai costretto ad abbandonarli lungo la strada.

Molti non vedono di buon occhio quei partiti che hanno diverse correnti di pensiero al proprio interno. Va bene, però fanno venire un po’ i brividi anche quei partiti in cui nessuno litiga mai, che appaiono duri e granitici come testuggini, perché vuol dire che le persone lì dentro hanno smesso di pensare, che non c’è discussione, critica, confronto costruttivo, ma tutto cala dall’alto come se fosse perfetto e scolpito nella pietra.

Avrei tanto voluto essere un militante, uno di quelli che marcia a piè sospinto dietro a uno striscione e intona a gran voce gli slogan più graffianti del mondo, ma non ci sono mai riuscito. Se sei un militante, per definizione, devi metterti il paraocchi. Certo, potrai sempre ragionare per conto tuo e dire la tua opinione, ma sempre entro un certo limite, superato il quale riceverai strali e occhiatacce gonfie di sospetto. Superato il quale inizierai a dubitare e sentirti un po’ in colpa.

Davvero è così disdicevole cambiare idea? E’ ovvio che, se lo faccio per interesse, per puri calcoli economici ed elettorali, allora sono un venduto di m****. Ma se cambiassi idea onestamente? Dopotutto siamo stati dotati di un cervello che apprende e si evolve. Quello che pensavo a vent’anni è diverso da quello che penso ora a trentacinque. Nel frattempo, ho fatto qualche esperienza, ho maturato due o tre riflessioni. Insomma, non sono più la stessa persona.
Avrò il diritto di pensarla in modo diverso, senza essere considerato uno sporco traditore?
Devo proprio essere d’accordo su tutto, tutto, tutto, fino alla fine dei secoli?

Ma perché uno si dovrebbe interessare di politica?

C’è chi ha una visione ideale del mondo in cui vorrebbe vivere e cerca di realizzarla. C’è chi vuole far valere un principio, combattere un’ingiustizia, conquistare un diritto per chi non ce l’ha. C’è chi invece ha degli interessi più concreti, come pagare meno tasse o trovare un posto fisso. Qualunque sia la mia motivazione, difficilmente posso intervenire in prima persona e mi tocca delegare il compito a chi ha o dovrebbe avere le competenze per farlo, che sia un partito, un movimento, un’istituzione oppure,  ehm, un uomo particolarmente facoltoso.

Ma il mondo, se ancora non ce ne siamo accorti, è cambiato giusto un pelo. I politici nostrani possono accapigliarsi quanto vogliono, ma le decisioni veramente importanti per le sorti del mondo e dell’umanità, che ciò sia giusto o sbagliato, non vengono più prese dai governi e parlamenti nazionali, ma da realtà più grandi di noi, che spesso non hanno nemmeno un nome, figuriamoci un volto.
Basti solo pensare a Tsipras, in Grecia. Il popolo greco lo ha votato per cambiare il paese, per adottare politiche in netta discontinuità col passato, e lui cosa ha fatto non appena conquistato il potere, se di vero potere si può parlare? Ha abbassato la testa come un cagnolino e adottato politiche di austerità molto simili a quelle del governo precedente. Possiamo dargli la colpa per questo? Io credo di no. Quando hai qualcuno che ti punta una pistola alla testa, quando ti trovi davanti al tracollo finanziario del tuo paese e rischi di vedere migliaia di persone sotto un ponte da un giorno all’altro, a meno che tu non sia un pazzo suicida, non hai molte scelte e fai come ti dicono.

E quindi, a cosa serve accanirsi tanto durante le campagne elettorali, quando sai che non solo decide e comanda qualcun altro, ma questo qualcuno ti tiene saldamente per le biglie?

Tirando le fila.

Lo so, la mia è stata un’analisi piuttosto breve e sbrigativa, è più l’espressione di uno stato d’animo, lo ammetto, ma mi premeva sottolineare tre mali di fondo.

Il primo riguarda l’imbruttimento della politica italiana la quale, invece di confrontarsi e discutere in modo serio su questioni di interesse pubblico, mette in scena ogni giorno una logorante guerra senza quartiere, che non fa che scoraggiare le persone e tenerle lontane dalle urne.

Il secondo riguarda il nostro rapporto con gli altri. Per come siamo fatti, tendiamo a disprezzare chi non la pensa come noi e guardare le vicende da un punto di vista parziale e disseminato di tabù, soprattutto quando decidiamo di condividere una visione politica e scendere in campo per realizzarla.

Il terzo riguarda la politica in un quadro più generale. Essa si rivela molto spesso inerme e lontana dagli interessi reali dei cittadini. Per dirla come Al Capone, è tutta chiacchiere e distintivo.

Basta questo per restarsene lontani dalla politica? Al momento, e nota bene che non ho nemmeno accennato  a corruzione, nepotismo, lotta per il potere e altre amenità varie, io penso proprio di sì.

Certamente ci saranno molti politici e amministratori volenterosi, concreti e con la testa sulle spalle, che si battono e lavorano come disperati per cambiare davvero le cose. Soltanto che nei media non si vedono. Non fanno notizia. E forse fa anche comodo nasconderli.

La politica non è solo questo? Può darsi, ma non ha fatto altro che avvelenarmi e confondermi per tutti questi anni, senza darmi niente in cambio. Se solo penso a tutti i talk show inutili che mi sono sorbito davanti alla televisione, col sangue pulsante sulle tempie e il telecomando pronto per essere scagliato contro lo schermo, vorrei tornare indietro con una macchina del tempo e gettarmi addosso una secchiata d’acqua gelida.

Tornerò a interessarmi di politica e, magari, impegnarmi?

Non saprei. In qualche modo, mi piacerebbe.

Credo che le cose vadano cambiate, certo. Credo che una croce barrata su un simbolo possa ancora fare qualche differenza, certo. E’ solo che, invecchiando, non mi va più di farmi raggirare così facilmente. Mi interessano i fatti, le analisi e le riflessioni, e meno gli slogan, i proclami e, in generale, i bei discorsi.

Quindi, mia cara politica, questo non è un addio.

E’ solo che, in questo momento, abbiamo bisogno di una pausa per riflettere, ecco, abbiamo bisogno di vedere altre persone. Insomma, io e te ci siamo capiti.

Scritto da
Gianluca Riboni
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Gianluca Riboni

Pensatore e capo tribù NAZAV, personal trainer non convenzionale, ambasciatore dello yoga e della risata, scrittore e blogger incompreso. Scrivo quello che mi passa la testa, nella speranza di lasciare un segno su questo pianeta. Sempre in Arial 11.

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