"Eravamo Io, il Sassofonista e il Jack, a bordo di una Volvo nera e sporca di fango. Io guidavo al rallentatore. Il Sassofonista sedeva dietro, in mezzo, con la grossa testa incastrata nei poggiatesta. Il Jack occupava con la consueta aria ripugnata il posto accanto al mio, e teneva le manette bene in vista, incollate al cruscotto. La Volvo non era mia e non era nemmeno dei miei genitori. L’avevamo rubata.
Il Sassofonista era un bel ragazzo panciuto, portava i capelli lunghi e sciupati e unti, raccolti in un codino sfilacciato, e portava un pizzetto castano e impeccabile sul viso florido. Aveva le mani e le dita molto pelose, e non aveva un sassofono. Indossava pantaloni e giacca color cremisi con tanto di cravatta nera, da bravo cameriere.
Il Jack, invece, era imbacuccato in un loden verde. La faccia era quella di Jack Nicholson, la faccia ghignosa e inquietante di Jack Nicholson, completamente dipinta di bianco, le labbra ripassate di rossetto viola, quasi un organo in necrosi. I capelli c’erano tutti, neri e folti e inquietanti pure loro, a dir la verità, come se partoriti da un folle trapianto di catrame. Nel complesso, sembrava un Joker in borghese, un freak navigato e sepolto sotto un quintale di pratiche INPS, un pagliaccio un po’ immusonito, il migliore dei Jack Nicholson. All rights reserved."
