Confessioni di uno scrittore fallito


Fallito, voce del verbo “fallire”, dal latino fallĕre, e cioè ingannare. La parola ha l’aria piuttosto pessimista, con quel suo retrogusto di ineluttabilità, quasi fosse un’etichetta appiccicata alla fronte, un macigno legato al collo e destinato a perseguitarti per il resto della vita.

Ma poi, in Star Wars – episodio VIII, arriva di punto in bianco il maestro Yoda ad aprirti gli occhi,  spiegando dall’alto (o dal basso) della sua saggezza che “il fallimento migliore maestro è”. Allora forse inizi a intuire che il fallimento è un fenomeno transitorio, è una tappa del percorso come le altre, un momento di riflessione e di crescita. Dove ti guardi indietro, cerchi di capire dove hai sbagliato e cosa potevi fare meglio, in modo che tu possa correggere la rotta.

Bene, ora mettiti comodo perché è proprio di questo che voglio parlare.
Del mio fallimento come scrittore.

Prima di tutto, però, vorrei sgombrare il campo sul mio “presunto” pessimismo.

Molti non mi crederanno eppure, quando si tratta di scrivere, io sono e sono sempre stato l’ottimismo fatto a persona. Quando mi lascio ispirare dall’idea per un romanzo, io perdo ogni riferimento critico e comincio a sognare a occhi aperti. Devo immaginarmi fin da subito che diventerà un successo clamoroso e mi telefonerà Paolo Virzì per farne un film, altrimenti non riuscirei mai ad arrivare fino in fondo.

Io ho iniziato a scrivere all’età 15 anni, perlopiù spinto dalla rabbia e dalla frustrazione tipiche dell’adolescenza, e in 20 anni di scritture che cosa ho “prodotto”?

Ho scritto 6 romanzi più 3 incompiuti.

Di questi 6 ho fatto stampare per conto mio “Io, il Sassofonista e il Jack”, più che altro per la frenesia di vedere il mio nome schiaffato su una copertina, ma tutti gli altri riposano beati in un cassetto. Questo libro, tra le altre cose, è arrivato tra i semi-finalisti del concorso “ilmioesordio” nel 2011, ma lì è rimasto.

Quando potevo definirmi ancora “giovane”, nel 2004 riuscii a pubblicare un racconto nell’antologia del Premio Chiara Giovani. Vinsi un’ingombrante valigia che, per la cronaca, è rimasta per secoli rinchiusa in uno sgabuzzino. Però il racconto era troppo scanzonato per aspirare al primo posto. Quando cerco di scrivere cose serie, calco troppo la mano e divento deprimente. Quando cerco di scrivere cose divertenti, ecco che divento superficiale. E’ sempre stato così.

Un racconto pubblicato in un libricino, un romanzo auto-pubblicato su ilmiolibro e 5 faldoni a prendere polvere nei cassetti di casa, in vent’anni, sono un bottino decisamente magro.

E qui, naturalmente cominciano le scuse.

In vent’anni non è che abbia fatto solo questo. Ho studiato, ho lavorato, mi sono concesso dei viaggi e degli svaghi, ho avuto anche un barlume di vita sociale, ogni tanto. Insomma, non è che abbia avuto tutto questo tempo per stare dietro ai libri. Prova tu a rimanere tutto il giorno in ufficio davanti a un computer e poi, alla sera, con il cranio dolorante e le cornee brasate, metterti ancora davanti a un computer e lavorare (perché scrivere, di fatto, è un lavoro). Videogiochi, film, serie tv e cazzeggi vari diventano molto più appetibili.

Come dicevo, quando scrivo penso sempre al miglior risultato possibile, ma poi, verso la fine, quando sono in prossimità dell’agognato traguardo, un brivido terrificante comincia a salirmi lungo la schiena. Ecco, il sogno sta per svanire. I dubbi cominciano a guizzare da ogni dove e, a bocca aperta, incredulo e frastornato, inizio la litania del “Vuoi vedere che”.

Vuoi vedere che mi sono dilungato un po’ troppo?
Vuoi vedere che questa storia non sta proprio in piedi?
Vuoi vedere che, anche questa volta, ho calcato la mano?

Allora, assalito dai dubbi, ma ancora speranzoso, cerco di raccogliere qualche opinione. Timidamente, lo mando via a qualche editore e/o agenzia letteraria, laddove è più facile mandarlo, perché mettersi lì a stampare e rilegare e fare la fila in posta, sembra davvero una colossale perdita di tempo e, d’altronde, il pianeta non se lo può più permettere.

Passano i mesi e nessuno sembra particolarmente interessato alle sorti della mia opera. E allora che fare? Insistere su un romanzo che ha già ricevuto reazioni così tiepide, o buttarsi a capofitto su un progetto nuovo di zecca?

Io, quasi sempre, scelgo la seconda. Ma sì, stavolta non ci ho pensato su abbastanza, non mi sono impegnato come avrei dovuto, ma il prossimo. Oh, sì, il prossimo sarà quello GIUSTO.
E così OLE’, avanti tutta con un nuovo libro!
E così, tra la prima stesura e la seconda stesura, tra letture, aggiustamenti e revisioni estenuanti, passano altri due anni più o meno. Il libro magari è scritto bene, per carità, ma non è assolutamente proponibile a un editore. Non solo Virzì non mi chiamerà per fare della mia storia un film, ma qui se riesco a farmi leggere anche solo da cento cristiani è tutto grasso che cola.

Ora, dopo vent’anni, dopo 6 libri scritti e sepolti nel dimenticatoio, è chiaro che non posso continuare in questo modo. Anche perché scrivere richiede tempo, tanto dannatissimo tempo, e non è solo una questione di ritagliarsi degli spazi durante la giornata. Quelli si trovano bene o male, basta volerlo. Ma scrivere è un processo “creativo” e le idee arrivano a poco a poco. Le idee devono prima nascere nella tua testa, a prescindere da quanto tempo tu abbia a disposizione.

Insomma, non posso giocarmi un biennio dietro l’altro come le fiches a un casinò. Il tempo passa e poi dopo l’ottimismo inizia a vacillare e subentrano sensazioni meno piacevoli, diciamo così.

C’è, per esempio, la rassegnazione. Mi spiego. Quanti ragazzi oggi vorrebbero diventare dei calciatori famosi? Moltissimi, ma quanti ci riusciranno? Diventare uno scrittore affermato, o anche un attore, o un regista, o un cantante, è poi tanto diverso? La serie A è comunque per pochi e quest’idea ti offre un minimo di consolazione. Dopotutto, siamo tutti sulla stessa barca.

C’è, poi, quel velenoso senso di realismo che soltanto i numeri ti sanno dare. Si stima che in Italia, la percentuale di persone che legga almeno un libro all’anno oscilli tra il 40 e il 45 per cento della popolazione, quindi, all’incirca, tra i 22 e i 24 milioni di persone. Ciò significa che sei persone su dieci non aprono mai nemmeno un libro per motivi diversi dallo studio o dal lavoro, nemmeno un Harmony o una guida turistica.
Se guardiamo ai lettori cosiddetti forti, cioè quelli che leggono almeno un libro al mese, si scende drasticamente al 13/14 per cento. Abbiamo quindi, in sostanza, un nucleo forte e stabile di lettori che si aggira intorno ai 3 milioni, i quali però hanno a disposizione un’offerta a dir poco spropositata. Nel 2016, secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori, sono stati rigurgitati nelle librerie 66.000 nuovi titoli, di cui 18.000 di sola narrativa. E parliamo naturalmente di titoli che si aggiungono a quelli già usciti negli anni precedenti, senza contare i libri pubblicati dalle case editrici a pagamento o direttamente dagli autori tramite il self publishing.

Un simile scenario dovrebbe scoraggiare chiunque, ma di fatto, non è così. C’è sempre, dentro ognuno di noi, una voce beffarda e sfrontata che grida al mondo: per me sarà diverso!

E così, paradossalmente, in Italia ci sono talmente tanti aspiranti scrittori che molte case editrici, quelle che richiedono un contributo economico all’autore, non vendono più ai lettori ma agli scrittori stessi. Fammi capire un po’ la faccenda: io mi faccio il mazzo per scrivere, correggere, riscrivere e tutto quanto. E POI? Dovrei pagare IO una casa editrice semi-sconosciuta perché entri nel suo catalogo?
Questo equivale, più o meno, a pagare per lavorare.
Anche se il richiamo è forte, come quello delle sirene.
Il tuo nome stampato sulla copertina di un “vero” libro, con codice ISBN e tutto quanto. Molti hanno iniziato così, ti diranno per convincerti, anche Moravia, non lo sapevi? E magari ti turerai il naso e mentirai a te stesso: è solo l’inizio, è solo un trampolino di lancio, eh?
Ma poi la verità verrà a subito a galla: gli sforzi di questi editori per promuovere il tuo libro saranno limitati, tanto le spese sono già belle che coperte dall’autore stesso, ti sei bruciato l’esordio e poi, parliamoci chiaro, io e te. Davvero compreresti mai un libro di qualcuno che ha pagato per essere pubblicato? E allora per quale strano misterioso incantesimo dovrebbero farlo gli altri?

A questo punto, oltre a procurarsi una bella scorta di Kleenex, non resta che domandarsi perché. Perché continuare a scrivere romanzi in un paese che non legge e che non permetterà quasi a nessuno di fare della scrittura un mestiere con il quale vivere dignitosamente?

La verità è che noi aspiranti scrittori ci crediamo degli artisti. Noi non scriviamo per la gloria o per il vile denaro, ma perché siamo convinti che le nostre parole ispireranno migliaia di individui e prima o poi passeranno alla Storia. Ci illudiamo di portare avanti, quasi fosse una torcia olimpica, quel nobile concetto, forse un po’ snob, ma concedimelo, che si chiama Letteratura.

Eh già, e cos’è la “vera” letteratura secondo te?
Chi e come stabilisce cosa è degno di essere definito “letterario”?

Non è facile rispondere, ma penso sia come la bellezza. Nessuno la sa descrivere, però ognuno di noi, bene o male, la sa riconoscere. Allo stesso modo, ci viene facile capire se un libro è stato concepito come puro oggetto di consumo, che deve intrattenere punto e basta, o si sforza di elevarsi a qualcosa di più. Perché sfida le regole o il genere stesso. Perché tocca temi che nessuno ha avuto il coraggio di affrontare. Perché rende la lingua ancora più ricca e interessante. Perché ci mostra, per l’appunto, che le parole possono non soltanto essere lette, ma anche ammirate come se fossero un meraviglioso dipinto.

Sono convinto che molte case editrici siano gestite da persone che amano i libri e sarebbero ben felici di contribuire alla fortuna di un’opera letteraria, però sono prima di tutto delle aziende che devono far quadrare i conti. A loro interessa ricevere del materiale che abbia uno sbocco più o meno sicuro sul mercato: quante copie potrà vendere un determinato libro, e per quanto tempo?

Molti autori, me compreso, non ragionano come farebbe un editore. Scrivono la prima idea che viene in mente, se ne innamorano alla follia e poi tentano la fortuna.
Se l’ho scritto, va pubblicato. Giusto?
Però, purtroppo, il più delle volte, manca una strategia di fondo. Che genere sto scrivendo? A chi è rivolta e quali sono le potenzialità commerciali della mia opera?

Se dovessero fare a me queste domande, inizierei a balbettare.
Il genere è una gabbia, direi, io vado oltre. E come faccio a sapere chi saranno i miei lettori, se questi lettori ancora non esistono? E poi, le potenzialità COMMERCIALI? Che vuol dire questa parolaccia? Mica sto vendendo delle polizze assicurative!

Eppure, lo so, sbaglio.

Se voglio fare della scrittura il mio mestiere, allora devo iniziare a pensare e agire come un professionista. Far propri termini orripilanti come domanda e offerta. Usare la creatività non solo per delineare personaggi o raccontare storie, ma anche per intercettare i bisogni dei (pochi) lettori e individuare eventuali strategie di promozione e di vendita.

Ecco che, ragionando in questi termini, scrivere non diventa poi così bello, ma ha tutta l’aria di essere un lavoro di una noia mortale, una guerra spietata dove il più duro (o il più fortunato) la vince. Di nuovo, a maggior ragione, bisogna chiedersi perché. Perché scrivere se, in fin dei conti, non posso ascoltare la mia Musa come vorrei e mi devo piegare alle barbare logiche del mercato?

Forse, è il caso che la scrittura resti una passione da circoscrivere nel tempo libero.

Non posso giocare in serie A, e ahimè nemmeno in Terza Categoria Dilettanti, però posso continuare a divertirmi con gli amici nel campetto dell’oratorio.

I termini, in fondo, sono questi. E io? Cosa voglio fare?

Ancora, dopo tutto questo tempo, non ho capito cosa mi spinge a scrivere, ma l’unica certezza che ho è che non riesco a smettere. Quello che conta, più che il risultato finale, è il percorso che faccio per arrivarci. Portare avanti una storia e dei personaggi, passo dopo passo, correzione dopo correzione, mi appassiona, mi fa sentire vivo. Perché, una volta che ho finito, il libro in sé diventa un oggetto estraneo, che non è più mio, su cui non ho più alcun controllo.
Dare vita a qualcosa di folle, di incredibilmente “inutile”, qualcosa che faccio perché lo voglio o non perché lo devo, mi fa sentire ancora più vivo. Mi sento come Forrest Gump che, un bel giorno, esce di casa e si mette a correre senza mai fermarsi.

Ecco. Chiedersi perché continuare a scrivere è come chiedersi perché Forrest Gump, nell’omonimo film, continuasse a macinare chilometri su chilometri anche quando era sul punto di inciampare nella sua stessa barba. E’ una cosa che ti senti di fare, dal profondo, la fai e basta. Anche se non hai tutte le risposte. Anche se non ne hai nemmeno una.

Alla fine, non credo che i grandi libri dei grandi autori siano nati dal semplice “calcolo”.

Anche loro, come tutti noi, avranno sfidato il mare aperto, navigando a vista, intravedendo all’orizzonte un pallido riflesso di speranza. E allora anche io, come il folle naufrago che sono sempre stato, continuerò ad affidare le mie parole alla crudeltà del mare.

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Gianluca Riboni

Scrivo quello che mi passa la testa, nella speranza di lasciare un segno su questo pianeta. Sempre in Arial 11.

Commenti (1)

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    Stendhal ha scritto nel suo libro di memorie che l’attività più creativa non è tanto scrivere, quanto leggere – ovviamente leggere con intelligenza e non superficialmente – legando così in maniera molto stretta l’atto di scrivere con quello di leggere, e credo che in fondo anche le motivazioni siano le stesse. Perché si legge un romanzo? Penso sinceramente che l’unica motivazione sia il piacere di farlo, ed il piacere, al di là di sapere come va a finire la storia, è quello di conoscere, se stessi ed il mondo che ci circonda. E allora perché scrivere? Secondo me, scrivere ci aiuta a ricordare (che poi è la funzione originaria della scrittura, un ausilio della memoria), a conoscerci, a dare un significato più profondo a quello che ci accade. Insomma, si scrive per se stessi.

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