L’uomo dei dadi, ovvero come lasciare tutto al caso


Bene, ho recuperato un dado da un vecchio Monopoli e mi accingo a lanciarlo.

Se esce 1 o 3 scriverò una breve recensione sul romanzo “L’uomo dei dadi” di Luke Rhinehart. Se viene fuori 2 o 4 NON scriverò questa recensione. Se esce 5, invece, scopiazzerò un po’ in giro fingendo che la recensione sia stata scritta da me. Nel caso di un 6, infine, rimanderò tale decisione al 2018.

Ok, lo sto lanciando, eh?

Mannaggia, è uscito un TRE. E ora mi tocca scriverla, che il Dado sia maledetto.

:-)

Ora ti immagini se tutte le decisioni della tua vita fossero prese in questo modo? Assegnando a priori le alternative e affidando l’ultima parola al lancio di uno o più dadi?
Ebbene, è proprio questo che fa Luke Rhinehart, il protagonista nonché autore de L’Uomo dei dadi: lasciar decidere tutto, ma proprio tutto, alle divinità a sei facce. E non parliamo soltanto di scelte marginali come “Cosa mangio a colazione?” oppure “Che calzini mi metto stamattina?”.
Qui ci sono in ballo anche le decisioni fondamentali, quelle che possono deviare completamente il corso della tua vita, o addirittura annientarla. Decisioni per le quali potrebbe non esserci più ritorno.

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Secondo la teoria di Luke, che nel romanzo è un affermato psicanalista e può godere di una vita più che agiata (soldi, rispettabilità, bella moglie, figli adorabili, eccetera), l’uomo avrebbe un IO predominante che si è imposto nel corso della vita, soffocando le identità più deboli e nascoste. Ogni volta che lottano per riemergere in superficie, queste vengono subito ricacciate negli abissi della coscienza dall’IO più prepotente, generando disagio e inquietudine.
Chiunque farebbe fatica a disfarsi del proprio IO e dare libero sfogo a quella molteplicità che brulica nella parte più oscura e riposta di noi stessi (anche perché, diciamolo, passerebbe per pazzo). Invece, affidando questo compito a una volontà superiore, imparziale e indiscussa, ovvero sia il CASO, l’uomo può liberarsi da questo fardello e condurre finalmente una vita piena e autentica, perché la responsabilità di tutto, alla fine, ricadrà sempre e comunque sul dado.

La verità è che essere sempre se stessi, fare quello che gli altri si aspettano da noi, può diventare, alla lunga, estremamente palloso. Ecco allora che i dadi diventano uno stratagemma, come un altro, per movimentare un po’ le cose. Non è un caso che, per Luke Rhinehart, il primo lancio abbia origine da un impulso sessuale, ossia giacere con la moglie del suo migliore amico. Un classico.

Ci troviamo di fronte a un sistema che, per quanto totalitario e perverso, è in grado di regolare e mettere “ordine”, diciamo così, a un’intera esistenza, dove ogni aspetto può essere scomposto in alternative e probabilità, e quindi ogni singola azione, fosse anche quella di decidere come decidere, può essere guidata dal Caso.

E’ curioso notare che, nonostante questo concetto sia portato all’estremo, la vita di Luke Rhinehart non vada completamente a ramengo come magari uno si potrebbe aspettare. Anzi, i dadi gli faranno vivere esperienze intense e indimenticabili, non tutte piacevoli, eh?, e le persone intorno a lui inizieranno prima a incuriosirsi e poi a imitare il suo sistema.
Da semplice “diversivo”, il Dado si trasformerà presto in un culto a tutti gli effetti, una terapia collettiva in grado di sradicare l’infelicità dal mondo.

Nell’edizione “mini” della Marcos y Marcos, il vero autore, il vecchio decrepito (come lui stesso si definisce) George Powers Cockcroft, riesce a riempire oltre 600 mini-pagine come se volesse “coprire” ogni minima implicazione, ogni possibile conseguenza legata all’utilizzo dei dadi.
L’Uomo dei dadi è come un cubo di Rubik dalle mille sfaccettature che sembrano caotiche e destinate, in apparenza, a non incastrarsi mai. Siamo al limite della prolissità, ma alla fine, come per magia, tutte le facce di questo cubo smisurato e bulimico sembrano allinearsi (quasi) alla perfezione.

Dopo aver finito questo libro, la prima tentazione sarà quella di prendere un dado e lanciarlo almeno una volta, tanto per vedere com’è. Fai molta attenzione, perché poi, magari, potresti prenderci gusto.

😉

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Gianluca Riboni

Scrivo quello che mi passa la testa, nella speranza di lasciare un segno su questo pianeta. Sempre in Arial 11.

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