Il lavoro deve piacere? Ma fammi il piacere!


Prima o poi, ognuno di noi si trova di fronte a un bivio. Ognuno di noi, prima o poi, deve decidere cosa farsene della propria vita e, proprio in quel momento, un dubbio feroce ci assale: mi lascio trascinare dalle passioni, inseguendo il lavoro dei miei sogni, oppure me ne resto con i piedi per terra e decido sulla base del puro calcolo economico?

Non so se esista una statistica, ma penso che la maggior parte di noi, per paura, per pigrizia, per mancanza di fiducia, per difficoltà economiche, per la pressione esercitata dalla famiglia o dalla società, scelga la strada più conveniente.

Dopo il liceo, avrei potuto benissimo iscrivermi a Lettere, Storia o Psicologia, ma ebbi paura di lanciarmi in discipline dal futuro incerto e così optai per Scienze della Comunicazione che, ai tempi, prometteva sbocchi lavorativi più concreti. Poi, conclusa l’università, ebbi ancora più paura e mi buttai sull’informatica e, in particolare, sullo sviluppo di siti web.
Come tutti, decisi di sacrificare le mie passioni per fare qualcosa che fosse utile al mercato e soprattutto utile a me stesso. Non c’è nulla di male in questo, è ovvio, ma quella voce che ti sussurra nelle orecchie e continua a domandarti “avresti potuto scegliere diversamente?”, “dove saresti adesso, se avessi dato retta più al cuore e meno alla calcolatrice?”, almeno per me, è sempre più difficile da ignorare.

Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua”. Così diceva molto saggiamente Confucio giusto qualche secolo fa, ma è molto facile a dirsi. Come scegliere il lavoro che amo, accidenti, se questo lavoro rischia di non portarmi nemmeno un soldo in tasca?
Come ci campo?
Se a me piace fare shopping, come la mettiamo?
Forse potrei inventarmi il mestiere del personal shopper e andare in giro per boutique e negozi di alta moda spendendo i quattrini di qualcun’altro? E qui, come la mettiamo?

La domanda da porsi non è se sia preferibile fare un lavoro che piace piuttosto uno che non piace. E’ ovvio che sia sempre preferibile, se uno ha la possibilità di farlo.
La domanda da porsi invece è questa: devo tentare il tutto per tutto per fare qualcosa che davvero mi appassiona, qualcosa che ritengo DAVVERO importante e degno di essere fatto?
Ho l’obbligo morale di attuare tutte le strategie, qualunque esse siano, e intraprendere tutti i percorsi possibili, qualunque essi siano, per realizzare me stesso e dare forma ai miei sogni?

Bel domandone, vero?

Eppure ci sono soltanto due risposte possibili: o un SI’, o un NO.

Ci possono essere soltanto due scuole di pensiero, alternative e inconciliabili tra loro.
Non saprei come chiamarle, perché tutte le definizioni che mi sono venute in mente contenevano già, nelle parole stesse, dei giudizi di merito. E io, al momento, non le voglio giudicare.

Di seguito, però, mi cimenterò nell’ardua impresa di riassumere le due posizioni.

 

Quelli che dicono “MA SI’, CERTO!!!”

Per questa parrocchia, non solo è possibile trovare il lavoro dei propri sogni, ma anche e soprattutto un dovere. A dispetto del loro ottimismo, questi qui tireranno sicuramente in ballo la MORTE. Nello specifico, la tua.
Ti chiederanno di immaginare te stesso mentre stai per esalare l’ultimo respiro in un letto d’ospedale, e tu comincerai a ripercorrere la tua vita passo dopo passo e verrai assalito da rimorsi e da rimpianti come tanti affamati piranha, e soltanto in quel momento inizierai veramente a pentirti di aver abbandonato i tuoi sogni lungo la strada.
Per cosa poi? Per arrotondare il conto banca, per avere un job title un po’ figo su LinkedIn?
Perché la tua idea ti sembrava strampalata?  Perché i tuoi obiettivi erano troppo ambiziosi?

E come hai vissuto la tua vita? Aspettando, ingobbito su una scrivania, che arrivasse l’agognato venerdì? Ciondolando sul divano davanti all’ennesima serie TV? Aspettando che qualcuno ti servisse la felicità su un piatto d’argento, condita con tanto di aragosta e caviale?

Ma sei tu. Sei tu che hai in mano le redini della tua vita. Sei tu che devi fare tutto quello che è in tuo potere per realizzare i tuoi obiettivi. Gli ostacoli sul cammino ci saranno, e saranno tanti, insormontabili, ma dovrai trovare il modo di superarli.
Le sfide ti renderanno più forte.

Se ti fermi subito, alla prima difficoltà, al primo fallimento, allora sei fritto.

Fare il lavoro che ci appassiona non comporta soltanto un beneficio individuale.
Se tutti fossero felici e soddisfatti, se tutti facessero quello che sono destinati a fare nella vita, come argomentava Scott Dinsmore nel suo TED Talk, la società nel suo complesso sarebbe nettamente migliore e allora sì che potremmo mettere in atto una vera RIVOLUZIONE.
Scott, purtroppo scomparso, ci credeva davvero, così tanto da fondare il progetto Live Your Legend , una comunità  di respiro mondiale che ha l’obiettivo di sostenere e ispirare quei pazzi che, proprio come lui, vogliono dare quella svolta decisiva e cambiare rotta prima che sia troppo tardi.

 

In una scena del film Fight Club, il protagonista Tyler Durden, interpretato da Brad Pitt, si accanisce contro il povero commesso di un discount per aver abbandonato gli studi di biologia e deve puntargli una pistola alla testa per far sì che riprenda in mano il suo sogno di diventare un veterinario.

Dobbiamo aspettare che Brad Pitt ci massaggi la nuca con un revolver, per convincerci una volta per tutte che ci conviene seguire il consiglio di un filosofo cinese defunto ormai da secoli?

Eppure, non è tutta colpa nostra. C’è un mostro invisibile e subdolo che ci impedisce di realizzarci al massimo delle nostre potenzialità. Nel suo potentissimo libricino, The war of art, Steven Pressfield traccia in modo preciso l’identikit dell’acerrimo nemico, la Resistenza, ovvero tutto quel complesso di fattori che, in ogni tempo, in ogni luogo, sotto varie forme e sotto vari pretesti, ci costringe a restare dove siamo. Non ci sono abbastanza soldi. Manca il tempo, troppe distrazioni. Non sono ancora pronto, mica non sono capace. Fallirò, e cosa penseranno gli altri di me?
(Nel libro, ovviamente, il buon Steven ci spiega anche come combatterla, ma per il momento non voglio fare spoiler.) :-)

Inseguire i nostri sogni e magari abbandonare un lavoro brutto ma sicuro per lanciarci in un’impresa affascinante ma incerta è, prima di tutto, tremendamente difficile. Dobbiamo mettercelo bene nella zucca. In secondo luogo, fare qualcosa che ci piace richiede che facciamo cose, moltissime cose, che non ci piaceranno affatto.
Volere non è potere. Dovere è potere. C’è una bella, abissale, differenza.
Vuoi diventare un/a fitness model e abbuffarti di dolciumi come se non ci fosse un domani? Vuoi giocare nell’NBA senza prima allenarti in palestra, ogni giorno, fino a sputare sangue sul parquet?
Mi spiace, ma non funziona così.

Fare quello che ti piace, in buona sostanza, non significa fare sempre quello che ti piace. Uno scrittore non scrive e basta. Un creativo non crea e basta. Un calciatore non gioca e basta.

Ci vuole tanto, duro lavoro.

Ci vuole perseveranza, bisogna restare ben concentrati sugli obiettivi.

Ci vuole una strategia. Ci vuole un metodo. Bisogna costruire delle abitudini vincenti, giorno dopo giorno. Perché nulla ti è dovuto e nessuno ti deve nulla. Quello che vuoi, te lo devi conquistare con le unghie.

Ti diranno che ce la puoi fare, purché tu sia disposto a pagarne il prezzo. Purché tu sia disposto a scalare la montagna e non rimanere immobile ai suoi piedi.

 

E quelli che dicono “MA NO, SEI MATTO????!!!”

Complimenti, tante belle parole. E’ facile parlare così quando sei nato e cresciuto nella nazione più ricca del pianeta, ma prova a dire a un profugo siriano che deve prendere in mano le redini della sua vita e vediamo cosa ti risponde.

Nel mondo, c’è chi nasce già con la camicia e ha tutte le opportunità spianate lungo il cammino, e chi, purtroppo, no.

Invece di pensare alla morte, pensa invece a un grosso, freddissimo iceberg.
Ecco, noi tendiamo a guardare quello che spunta in superficie, ma ignoriamo, volutamente o meno, tutto quello che ci sta sotto. E sotto l’iceberg ci può essere di tutto, per carità, ma ci sono soprattutto tanti, clamorosi fallimenti.
Gente che è caduta e non si è più rialzata. Gente che credeva di volare verso il sole senza bruciarsi, e poi è rimasta ustionata. Gente che ha perso tutto e non ha più guadagnato niente.

E’ vero, la Rowling ha scritto i primi di libri di Harry Potter mentre versava in uno stato di estrema indigenza e ora possiede un castello tutto suo, ma quanti scrittori, statisticamente parlando, possono permettersi di vivere nella Reggia di Caserta?

E quanti attori sono disoccupati a Hollywood? E quante belle start-up sono state spazzate via dalle dure leggi del mercato? Qualcuno si è preso la briga di contare i caduti?

Basta confondere l’eccezione con la regola. Il successo, cari miei, non dipende esclusivamente da quello che facciamo e da come lo facciamo. Se avessero letto il libro di Nassim Taleb, Giocati dal caso, questi signori avrebbero imparato che molto spesso, se non sempre, è il Caso a decretare vincitori e sconfitti.
Certo, se uno fonda una start-up di successo e diventa più ricco di Zio Paperone, è naturale che si convinca che sia tutto merito suo. Non si lascerà nemmeno sfiorare dal dubbio che, forse, magari, è stato soltanto baciato dalla Fortuna e con tanta, tanta lingua. Magari perché il mercato era particolarmente favorevole, o un amico generoso gli aveva prestato quei soldi che le banche non volevano mollargli, oppure era arrivato soltanto qualche millisecondo prima di tutti gli altri.

Seguire le passioni, e lasciarsi ammaliare da tutti quei bei discorsi motivazionali, è il primo passo verso la rovina. Il mondo è spietato e, di quello che ti piace o non ti piace fare, non gliene può fregare un fico secco.  Ringrazia il cielo che hai un lavoro, e pensa a tutti quelli che non lo trovano o passano da un lavoretto precario all’altro. Perché non ti puoi semplicemente  accontentare?

La filosofia buddista e il pensiero degli antichi Yogi, se ci pensi, non si discostano molto da questa concezione. La vita è disseminata di dolore e asperità. Il desiderio rischia di consumarti  fino al midollo e quella felicità che vai tanto cercando è, in fin dei conti, un’illusione.
Magari riuscirai un giorno a fare il lavoro dei tuoi sogni, ma poco dopo ti verrà a noia e vorrai fare qualcos’altro. Un giorno, riuscirai a pubblicare il tuo primo libro con un vero editore, ma sono sicuro che troverai lo stesso qualcosa che non va: non vendi abbastanza copie, la critica ti critica, un crudelissimo editor ti costringe a cancellare quelle parti che ti piacevano così tanto e che credevi così profonde e poetiche
Sentirai che ti manca ancora qualcosa. Sarai, di nuovo, tremendamente insoddisfatto.

Il segreto per essere felici, per l’appunto, non sta nel vivere superando o aggirando le difficoltà, ma nel vivere e andare avanti nonostante le difficoltà. Devi imparare a essere grato per quello hai già, accettare il mondo per quello che è, con le sue storture, e le sue ingiustizie, e le sue contraddizioni, e i suoi binari morti.

Non tutti i comuni mortali possono diventare rockstar o imprenditori rampanti, altrimenti non ci sarebbe nessuno che ci riempie gli scaffali al supermercato  o ci raccoglie la spazzatura sotto casa.

Non tutti possono realizzare le proprie ambizioni, perché la maggior parte di noi non ha la scorza abbastanza dura per riuscirci. E’ un dato di fatto. C’è chi riesce a scalare una parete di roccia a mani nude, anche se gli fanno solletico sotto l’ascelle, e chi invece non riesce a infilarsi un paio di scarpe da trekking senza farsi venire una verruca. C’è chi riesce a incassare come un pugile navigato e chi, invece, cade come un sacco di patate al primo alito di vento.

Invece di ascoltare il nostro cuore, facciamo prima quattro conti in tasca. I giovani non trovano più lavoro. Lo stato sociale è in crisi e la pensione un miraggio. Le dittature nel mondo, invece di cadere come birilli, non mollano la presa neanche a morire. Il riscaldamento globale distruggerà l’ecosistema e provocherà carestie e cataclismi inenarrabili.

In questo scenario pre-apocalittico, i tuoi progetti di vita, mi spiace dirtelo, trovano il maledetto tempo che trovano. Pensa piuttosto ad anticipare e ad assorbire gli scossoni del mercato, pensa a imparare un mestiere, bello o brutto che sia, che possa far campare te e la tua famiglia.

Pensa, piuttosto, a come sopravvivere. Che è meglio.

 

Or dunque, chi ha ragione?

Dovremmo ascoltare chi ci dice che possiamo farcela, che dobbiamo tentare il tutto per tutto, oppure chi ci invita a restare ancorati a terra e non farci illusioni?

Davvero, non ne ho la più pallida idea.

Da una parte, non credo che ci sia un’unica ricetta vincente. Chi ha avuto un successo clamoroso, in qualunque campo, che sia lo sport, il business, l’arte o lo spettacolo, non si è messo certo a seguire alla lettera le istruzioni contenute in manuale. Avrà avuto un coraggio da leone, si sarà buttato senza paracadute rischiando l’osso del collo, sospinto dalla passione e dalla perseveranza, ma assistito anche da tanta, tantissima fortuna.

D’altro canto, non possiamo pretendere di arrivare da qualche parte senza prima provarci, senza scegliere una strada ben precisa e poi seguirla whatever it takes.

Forse non avremo mai una risposta definitiva a questa domanda. L’unico modo, evidentemente, è fermarsi un attimo prima di quel bivio, scegliere il percorso che riteniamo più giusto per noi e vedere dove ci porterà.

Tanto, finché respiriamo, finché c’è speranza, potremo sempre, in qualche modo, tornare indietro. Tanto, in ogni caso, lei saprà sempre dove trovarci.

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Gianluca Riboni

Scrivo quello che mi passa la testa, nella speranza di lasciare un segno su questo pianeta. Sempre in Arial 11.

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