Io e Henry (Giuliano Pesce), roba da matti


Ci sono dei libri che mi porto più volentieri in vacanza, perché hanno un peso specifico contenuto, perché tanto so che li leggerò distrattamente, oppure non li leggerò affatto.
Io e Henry, scritto da Giuliano Pesce e pubblicato da Marcos y Marcos, è proprio uno di quei libri da ficcare in valigia, perché promette di essere leggero, divertente, scorrevole e soprattutto breve, brevissimo.

Copertina - Io e Henry, Giuliano Pesce

Ebbene, dopo le prime pagine, per poco non mi strozzo. La partenza è bruciante e ti costringe a divorare pagine su pagine come se ti trovassi di fronte a un buffet stracolmo di cibo.
Racconta di questo giornalista in crisi nera, Tagliaferro, che viene lasciato dalla moglie per un filosofo francese. Al giornale per cui lavora, il capo gli assegna pezzi sempre più marginali e, un giorno, per l’appunto, viene incaricato di fare una noiosa intervista al direttore di un manicomio. Qui, per caso, si mette a parlare con un certo Henry Thoreau (sì, proprio come lo scrittore) e, nonostante si capisca che questo tizio abbia tutte le rotelle fuori posto, il protagonista rimane impressionato dai suoi discorsi strampalati.

Sempre più depresso, Tagliaferro decide così di recarsi regolarmente alla clinica mentale per poter parlare con Henry, il quale alla fine gli confessa di essere un agente segreto sotto copertura, tenuto prigioniero lì a causa di un intricato e oscuro complotto.
Il protagonista, dopo qualche remora iniziale, decide di credergli, anche quando Henry rivela l’esistenza del Registro-01, un documento misterioso ma dai poteri inimmaginabili, che Henry ovviamente saprebbe come recuperare.

Tagliaferro aiuta quindi Henry a fuggire dalla clinica e, insieme, come due impacciati e improbabili James Bond, si mettono sulle tracce del prezioso e ricercatissimo documento.

Ma proprio quando pensi che il piatto forte stia per arrivare, ecco che il romanzo perde inspiegabilmente potenza e quella miriade di storielle, citazioni, aforismi, metafore e digressioni, che nelle prime pagine apparivano così geniali e godibili, ora non fanno che appesantire e ingolfare lo sviluppo della storia.

Stop. La magia finisce qui, e resta il rammarico per un libro pieno di potenzialità ma che, nonostante l’incipit appetitoso, nonostante i lampi di genio e alcune trovate autenticamente spassose, non riesce proprio a decollare. Mi spiace, perché Giuliano Pesce è bravo. Ha uno stile fresco e incalzante, una scrittura precisa e impeccabile.

Ma un romanzo che si pone al lettore come “umoristico” deve essere in qualche modo strutturato, deve avere un ritmo ben preciso e scandito. Giuliano Pesce, nel tentativo di fare colpo a tutti i costi sul lettore, si dimentica forse che strappare una risata e raccontare una storia sono due cose ben diverse, spesso difficili da conciliare.

Per la cronaca, “Io e Henry” si riprende sul finale, con un ultimo scatto, un’ultima fiammata, ma ormai è troppo tardi per risvegliarti dal torpore. Peccato, un gran peccato davvero.

facebook-profile-picture

Gianluca Riboni

Scrivo quello che mi passa la testa, nella speranza di lasciare un segno su questo pianeta. Sempre in Arial 11.

Commenti (0)

Lascia un commento