I robot ti ruberanno il lavoro. E’ ora che tu lo sappia.


C’è poco da stare allegri. I robot stanno diventando sempre più sofisticati. Le intelligenze artificiali, per l’appunto, sempre più intelligenti.

Molti lavori, molto presto, potrebbero essere sostituiti in tutto e per tutto dalle macchine.
Perché l’uomo, per quanto assiduo e stakanovista possa essere, ha dei limiti fisici e cognitivi, mentre loro, potenzialmente, non ne hanno. In futuro, saranno sempre più efficienti e non avranno gli stessi difettucci di noi poveri mortali: per esempio, non si lamenteranno, né chiederanno ferie o aumenti di stipendio, né ciondoleranno davanti alla macchinetta del caffè.
Saranno loro stessi la macchinetta del caffè. :-)

A livello economico, quindi, saranno spaventosamente più convenienti e, salvo sorprese, non proveranno il minimo senso di colpa nel momento in cui, prima o poi, ci rimpiazzeranno.

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Guardati attorno un attimo. Siamo già andando in questa direzione.

Vai al supermercato e, invece di una cassiera indisponente con il mutuo da pagare, ti tocca trafficare con una cassa automatica altrettanto indisponente. Quando devi pagare l’autostrada, infili una carta o delle monetine in una fessura e sei a posto, non devi nemmeno dire “Buongiorno”.
Ormai compriamo quasi tutto su internet, vestiti compresi, decretando così la lenta e implacabile estinzione di tutta quella vivace fauna di commessi, bottegai e piccoli negozianti.
Dopotutto, come possono anche solo pensare di competere con quel colosso di Amazon, dove trovi di tutto e a prezzi migliori, con un servizio clienti impeccabile?

 

Attenzione! Non parliamo soltanto dei lavori più ripetitivi e meno qualificati.

robots-cover-federico-pistonoQui sono coinvolti anche e soprattutto i mestieri che fino a poco tempo fa sembravano “intoccabili”. Come scrive Federico Pistono nel suo bestseller “I robot ti ruberanno il lavoro, ma va bene così”, per assurdo, è più difficile automatizzare il lavoro di una governante che quello di un radiologo.
Se è vero che i robot sono ancora stupidi e fondamentalmente incapaci di passare l’aspirapolvere senza distruggerti casa, le intelligenze artificiali, quelle che non si vedono e non si toccano, quelle che si celano dietro a complicati e imperscrutabili algoritmi, stanno facendo passi da gigante.
In fondo, il mestiere di un radiologo, per quanto richieda esperienza e numerosi anni di studio, è abbastanza ripetitivo. Si tratta di analizzare delle immagini e, sulla base di conoscenze già acquisite, fornire un responso. Nulla che un programma ben congeniato non possa fare, e senza che venga mai a chiederti la giornata libera.

 

Ok, siamo ancora un po’ indietro.

Ci viene quasi da ridere pensando all’ottusità di Siri o  agli scivoloni sintattici di Google Traduttore, ma fino a qualche anno fa queste funzioni nemmeno esistevano. Come sostiene Pistono, stiamo sottovalutando un aspetto chiave: la crescita esponenziale.
Se tu mi presti un euro oggi e il mio debito verso di te dovesse raddoppiare ogni giorno che passa, dovrei sparire dalla faccia della terra. Domani ti devo due euro, dopodomani quattro e, dopo solo una settimana, ti dovrei già oltre 60 euro. Dopo un mese, un miliardo.
Hai letto bene, un MILIARDO.
Il debito sembra piccolo nei primi giorni, ma poi raggiunge in fretta livelli mostruosi. La stessa cosa succede con la tecnologia. Se hai sentito parlare della legge di Moore, saprai che la potenza di calcolo dei computer raddoppia circa ogni due anni. Ciò significa che, tra un annetto o due, Siri ordinerà la pizza al posto tuo e Google Traduttore diventerà talmente potente e raffinato che traduttori e interpreti dovranno mettersi in fila agli uffici di collocamento.
Già oggi, tramite applicazioni di messaggistica come WhatsApp o Telegram, è possibile interagire con i cosiddetti chatbot – software virtuali in grado di riconoscere il linguaggio umano – per richiedere assistenza o ricevere informazioni su prodotti e servizi.
Sono ancora in fase embrionale, devono ancora esplodere, è vero, ma quanto tempo ci vorrà prima che riescano a rendere obsoleti gli attuali operatori di call center?

 

E i neolaureati dove andranno a lavorare? E  che farà l’uomo?

E’ facile dire: buttiamoci a capofitto sui lavori che un robot non ci potrà mai sgraffignare, quei lavori creativi e “umanistici”, come la musica, l’arte, la scrittura e la psicologia, con i quali è già particolarmente difficile OGGI sbarcare il lunario.
Chi ci dice che, tra qualche anno, non irromperà sulla scena un eccentrico e visionario “Handy Warlbot 1.0”, con il suo mostruoso database da cui può estrapolare in un battibaleno milioni, se non miliardi, di combinazioni creative? E chi ci dice che non riuscirà a incollare una cicca sopra una scarpa (sopra, eh, mica sotto), affermandosi così come uno dei più acclamati artisti post-moderni?

 

Obiezione. E’ già successo in passato.

No, non il “Warlbot”. Intendo dire che le macchine hanno già sostituito il lavoro alienante di molti operai in fabbrica, eppure l’economia non ne ha risentito e anzi si sono creati nuovi lavori, soprattutto nel settore terziario, sicuramente più gratificanti che avvitare bulloni tutto il giorno.
Gli economisti fanno spallucce e sostengono che il mercato sistemerà tutto in qualche modo, di nuovo.
Già, ma se ci trovassimo di fronte a un fenomeno completamente diverso?
Come abbiamo visto, molti lavori, sia manuali, sia intellettuali, rischiano di uscire di scena. Emergeranno nuove esigenze, nuovi profili professionali, certamente, ma riusciranno a colmare il vuoto? E come farà un tizio che ha passato la vita intera a sistemare barattoli su uno scaffale a diventare, da un momento all’altro, un esperto di nanotecnologie?
Non tutti potremo riciclarci come Youtuber o Social Media Manager e le aziende stesse, per quanto grandi e innovative, non avranno più bisogno di tanto personale come accadeva in passato. Basti pensare a Facebook, che riesce a fatturare in un anno quasi 18 miliardi di dollari (cioè il PIL di uno stato come la Bosnia Erzegovina) impiegando poco meno di 13.000 dipendenti.

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Oh, finalmente!

Che problema c’è? Non dovremo più spaccarci la schiena in una catena di montaggio o ingobbirci tutto il giorno dietro una scrivania. Se è vero che l’80% dei lavoratori si dichiara insoddisfatto di quello fa, non ci sarà più di che lamentarsi. Finalmente le macchine si sobbarcheranno tutta la fatica e noi potremo dedicarci a quello che abbiamo sempre sognato di fare.

Ehm. Il problema è che, la verità è che … Insomma, noi non possiamo fare a meno di lavorare.
Non soltanto perché, per molti di noi, si tratta dell’unico mezzo di sussistenza, senza il quale finiremmo dritti in mezzo a una strada, ma anche perché non avremmo la più pallida idea di cosa fare della nostra vita.
Per molti, si tratta addirittura di un’identità. Senti dire sono un medico, sono un avvocato, e non semplicemente faccio oppure mi guadagno da vivere facendo. Togli il mestiere a certe persone e andranno in crisi irreversibile, come il mitico ragionier Fantozzi. Il quale, durante il primo giorno di meritata pensione, si alza presto, ingolla il caffè ustionante della Pina e si reca al lavoro come tutti gli altri giorni della sua mediocre e martoriata esistenza. Non contento, alla fine si fa riassumere sottobanco dalla stessa azienda che lo ha maltrattato per anni.

 

Abbiamo finito per confondere il mezzo con il fine.

Il lavoro avrebbe dovuto essere un espediente come un altro per portare a casa il necessario per mangiare, vestirsi e tirare su la prole. Ma, col tempo, il lavoro è diventato uno dei cardini della società moderna. Vogliamo fare carriera, vogliamo diventare ricchi, per poi poterci fermare un giorno ed esclamare “ok, ora posso godermi la vita”.
Solo che quel giorno si allontana in maniera costante, come un miraggio, e abbiamo bisogno di sempre più cose e abbiamo bisogno di sempre più soldi per poterle comprare.
Vogliamo dimostrare qualcosa agli altri. Vogliamo poter dire: ho una macchina più bella della tua, guadagno più di te, sono diventato il capo di questo e il responsabile di quell’altro.
E dove siamo arrivati ora?

Ci sono quelli, soprattutto giovani, che non riescono a trovare un impiego stabile e sono tagliati fuori da quest’orgia di consumismo sfrenato. E ci sono quelli che il lavoro ce l’hanno, ma lo vedono in qualche modo minacciato, e magari si trovano costretti a lavorare di più, accettare condizioni sempre più difficili e precarie, e andare avanti con l’ansia e il terrore di perdere tutto.
Fine della corsa, baby.

Ma se il lavoro è giunto davvero al capolinea, che cosa possiamo fare?
Federico Pistono, per buona parte del suo libro, ci offre consigli di assoluto buon senso e che, talvolta, fanno anche un po’ di tenerezza. Come coltivare un orto nel giardino di casa. Risparmiare sulle bollette e sui costi dell’auto. Spendere i soldi non per cose, ma per esperienze. Abbuffarsi di corsi gratuiti sulle piattaforme online, come Coursera e Khan Academy, per consolidare le proprie competenze o, perché no, reinventarsi da capo una nuova professione.

Tutto vero, tutto giusto, ma anche lui riconosce che non basta. Nessuno ha la soluzione in mano per un fenomeno di tale portata, perché è necessario un cambio di paradigma. Dobbiamo contemplare la possibilità che il lavoro venga “scardinato”, e cioè che non sia più uno dei pilastri in grado di sostenere la nostra economia e la nostra società. Bisogna trovare al più presto percorsi alternativi. Un reddito di cittadinanza per tutti? Una diversa redistribuzione della ricchezza?
Ancora non lo sappiamo.

Magari Pistono sta solo esagerando, magari sta solo suonando l’allarme prima ancora che sia scoppiato l’incendio, ma se avesse ragione?

Da parte mia, non ho la sfera di cristallo e, quando si tratta di profetizzare, prendo sempre un sacco di cantonate. Però, dopo aver letto tutto d’un fiato il libro di Pistono, che naturalmente ti consiglio di leggere (ma non in ebook, perché è tutto un brulicare di refusi), non ho potuto fare a meno di immaginarmi qualche scenario possibile.

Chi lo sa, magari qualcuno di questi non sarà poi tanto male.

 

Terminator

Come nel celebre film di fantascienza, le macchine non hanno più bisogno dell’uomo. Sono in grado di fare tutto, anche di alimentarsi, riprodursi e auto-programmarsi. Gli uomini rappresentano invece un’imprevedibile e pericolosa anomalia, e pertanto vanno sterminati fino all’ultimo esemplare.
Nella variante più edulcorata di Matrix, possono tutt’al più rendersi utili come minuscole batterie alcaline.

 

Il Grande Fratello

L’economia di mercato ha fatto cilecca. Le leggi della domanda e dell’offerta appaiono sempre più per quello che sono, e cioè vecchi attrezzi arrugginiti. Uno stato sovranazionale dalle fattezze orwelliane riprende in mano il timone di tutta quanta la baracca e decide cosa produrre e come distribuire le risorse. I tentacoli di questo immenso apparato super-razionale, eppure disumano, cercheranno di intrufolarsi dappertutto e prendere il controllo di ogni cosa, soprattutto delle nostre vite. Chi cerca di opporsi sarà emarginato o, peggio ancora, finirà dritto sotto un rullo compressore.

 

Tutta una bolla/balla.

Ecco, i soliti esagerati. Non è successo nulla. I robot si sono rivelati dei barattoli impacciati e costosissimi, le auto non si guidano da sole e Siri si ostina a non cantarci mai nemmeno una canzone. In your face, nerds!
L’economia resta in mano agli economisti, ahimè, e tutto viene calcolato alla vecchia maniera, con tassi di interesse, debito pubblico e crescita del PIL. La solita solfa. I ricchi si arricchiscono e i poveri si impoveriscono. Il pianeta diventa sempre più piccolo e povero di risorse, solo che nessuno parla più della conquista di Marte.
Addio sogni di gloria. Per l’appunto, era tutta una bolla/balla colossale.

 

A ciascuno il suo. Robot.

Hanno tanta voglia di lavorare, questi cosi? Giù, a sgobbare, dunque. A ogni essere umano verrà assegnato un robot che dovrà lavorare al posto suo e contribuire al benessere economico del proprio padrone. Ma chi pagherà il conto per la produzione di questi cosi? E se si rompono, chi ne pagherà la riparazione/sostituzione?
Dettagli. Sulla carta, è un sistema granitico.

 

Futurama.

Robot ed esseri umani riescono a convivere in modo pacifico. Si adattano. Si sopportano. Si compensano a tal punto che gli uni non riescono più a fare a meno degli altri.
Già si parla di legalizzare le prime coppie di “arte-fatto”.

 

Ops.

Si scopre che i robot non hanno il minimo senso dell’umorismo. L’incauta battuta di un tizio nei confronti del primo robot umanoide, “e va beh, allora uccidimi”, ne provoca il più che prevedibile decesso. Si scatena un inenarrabile putiferio. Le macchine vengono aggredite e distrutte una dopo l’altra in un impeto animalesco che farebbe impallidire anche il più accanito dei Luddisti.
Niente. Tutto da rifare. Sarà per il prossimo giro.

 

 

POST SCRIPTUM. Ehm, se ancora non lo si è capito, questa è e vorrebbe essere una recensione del libro di Federico Pistono, “I robot ti ruberanno il lavoro, ma va bene così”. Se ti è piaciuta, magari potresti condividerla con i tuoi amici. Non esiste ancora un robot che lo farà al posto tuo. :-)

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Gianluca Riboni

Scrivo quello che mi passa la testa, nella speranza di lasciare un segno su questo pianeta. Sempre in Arial 11.

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